Opzioni
Abstract
Il presente profilo si propone di esaminare la vita, le opere e il pensiero della scrittrice femminista, queer e chicana Gloria Evangelina Anzaldúa (1942-2004), mostrando come la sua produzione teorica e poetica presenti grande rilevanza filosofica per la critica femminista decoloniale e per pensare filosoficamente il presente che abitiamo, attraversato da tensioni identitarie, razziali e culturali. Pur non essendo una filosofa di formazione accademica, Anzaldúa ha concepito la propria elaborazione teorica in termini analoghi alla sua spiritualità, definendola un “mestizaje filosofico” : un intreccio ibrido di tradizioni e prospettive, che attinge alle culture latino-americana e indigena, alla cultura black e alla tradizione europea. La sua produzione testimonia una pratica intellettuale policentrica e rivoluzionaria, attraversa diversi generi letterari, dalla prosa alla poesia e fino alla letteratura per l’infanzia, e comprende un vasto corpus di scritti, annotazioni e saggi rimasti inediti. Un ruolo fondamentale nella diffusione degli scritti inediti è stato svolto da AnaLouise Keating, curatrice di The Gloria Anzaldúa Reader (2009), che ha reso accessibili numerosi testi, oltre al volume Luz en lo oscuro pubblicato in Italia da Meltemi nel 2022. In particolare, questo contributo analizza alcuni dei concetti fondamentali del pensiero dell’autrice, tra cui la coscienza mestiza, il nepantla (spazio liminale) e la facultad (facoltà percettiva), concetti che emergono dall’esperienza autohistorica di Anzaldúa, che ha coniato questo termine per descrivere l’intreccio tra autobiografia, memoria culturale, mito, storiografia e altre forme di narrazioni subalterne. La frontiera, concetto centrale nella sua riflessione e tema del suo testo più celebre, Borderlands/La Frontera: The New Mestiza (1987), non appare mai soltanto come il confine geografico tra Stati Uniti e Messico (in cui Anzaldúa ha trascorso l’infanzia), ma si estende metaforicamente a tutte le frontiere psichiche, sessuali e spirituali, trasformandosi in uno spazio di intenso dolore ma anche di contatto e continua metamorfosi. In quest’opera, la commistione di inglese, spagnolo e spanglish diviene una forma di “scrittura mestiza”, in cui lingua, corpo e identità coincidono: il testo stesso si fa corpo politico, incarnando la frontiera che descrive. La riflessione teorica di Anzaldúa, sviluppata attraverso il costante attraversamento di frontiere geografiche e identitarie, si sviluppa attraverso i concetti di facultad e conocimiento (conoscenza), che definiscono la conoscenza come processo incarnato, spirituale e trasformativo. La sua opera, pionieristica nel femminismo decoloniale e intersezionale e in dialogo con Cherríe Moraga, bell hooks, Angela Davis e l’eredità anticoloniale di Frantz Fanon, accoglie la contraddizione come metodo, riscrivendo le categorie filosofico-politiche occidentali dell’identità, del nazionalismo e dell’alterità. Anzaldúa può essere definita una “filosofa del confine”, la cui riflessione, procedendo per innesti, intreccia concetti, pratiche e visioni artistiche in un costante movimento di ibridazione e metamorfosi.