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Abstract
Elena Pulcini (L’Aquila 1950 – Firenze 2021) ha insegnato Filosofia sociale presso l’Università di Firenze dal 2001 al 2021. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: L’individuo senza passioni. Individualismo moderno e perdita del legame sociale (2001a), Il potere di unire. Femminile, desiderio, cura (2003), La cura del mondo. Paura e responsabilità nell’età globale (2009), Tra cura e giustizia. Le passioni come risorsa sociale (2020a). Con viva passione civile e rigore intellettuale ha affrontato questioni basilari e ineludibili: le sue analisi sull’origine dell’individualismo e del narcisismo contemporaneo, sulla perdita del legame sociale, sul ruolo delle passioni, giudicate forze capaci di motivare scelte e azioni sia individuali che sociali, sull’esclusione dei soggetti ‘altri’, innanzitutto di quello femminile, rappresentano un contributo dal quale non si può prescindere, se vogliamo veramente comprendere e curare il nostro mondo. La sua riflessione, in costante dialogo con i classici, studia innanzitutto il modificarsi della concezione che la modernità ha dell’individuo: dall’homo œconomicus della prima fase, caratterizzato dal desiderio di possedere ricchezze e da quello di differenziarsi dagli altri e di esserne riconosciuto, all’individuo narcisistico della tarda modernità, un Io che non si riconosce limiti, ancorato al presente e privo di progettualità, debole e soprattutto incapace di un reale confronto con l’altro.
A partire dai primi anni Duemila Pulcini approfondisce l’analisi della globalizzazione indicandone la ‘costitutiva ambivalenza’, il suo produrre omogeneità indifferenziate da un lato e frammentazioni e disuguaglianze dall’altro; denuncia le trasformazioni della struttura antropologica dell’individuo e lo scadere dei legami sociali, fenomeni questi che, già avviatisi con la modernità, ora vengono esasperati e portati al limite estremo.
Nel suo ultimo libro – Tra cura e giustizia. Le passioni come risorsa sociale (2020a – l’analisi viene ulteriormente arricchita: oggi dobbiamo misurarci con nuove sfide, ad esempio il cambiamento climatico o il rischio nucleare. In particolare Pulcini si sofferma sulle nuove immagini dell’Altro con cui dobbiamo fare i conti: l’Altro distante nello spazio, che ha assunto i caratteri inquietanti dello Straniero, e l’Altro distante nel tempo, ovvero quelle generazioni future verso le quali siamo in debito soprattutto per le questioni ambientali.
Un altro fulcro del suo lavoro è la riflessione su giustizia e cura. La studiosa argomenta che il paradigma giuridico razionalista, fondato su equità e diritti simmetrici e sostenuto solo da ragionamenti astratti, è insufficiente: è necessario modificarlo e appoggiarsi anche a motivazioni affettive per sostenere l’azione giusta. Parallelamente, la cura – di cui si ha un’immagine stereotipata e che viene considerata un esclusivo compito femminile – va trasformata in scelta etica, pienamente consapevole: solo riconoscendo la fragilità propria e altrui ci si può aprire a una relazione autentica, non sacrificale, che superi la contrapposizione tra l’ambito privato e quello pubblico-politico.
In conclusione, Pulcini traccia una visione integrata di cura e giustizia, alimentata dalle passioni empatiche e dall’assunzione di responsabilità verso il presente e le generazioni future. La sua proposta etica e pedagogica – volta a formare, attraverso una ‘paideia delle passioni’, un soggetto emozionale capace di coniugare ragione e sentimento – si pone come risposta critica alle crisi globali: ecologiche, sociali, identitarie. La metamorfosi culturale ed emotiva che auspica è la base per costruire una società conviviale globale (l’espressione si trova in Alain Caillé, Manifesto convivialista) in cui le passioni divengano cemento emotivo di una comunità globale fondata su equità, cura e responsabilità intergenerazionale.