Il saggio ricostruisce lo sviluppo del porto franco di Trieste al di là del mito. Tale sviluppo fu caratterizzato da un lento spostamento dei poteri amministrativi e giurisdizionali, compreso il controllo delle vie di comunicazioni, dalle città e dai poteri – in particolare dei ceti aristocratici –situati all’interno dei territori imperiali alle coste . Vocazione principale di tali network auto-organizzati fu la messa in comunicazione del mondo mediterraneo con l’Europa continentale e Orientale, liberandosi dalle regole e dal controllo della Serenissima – per questo l’accesso al Po fu uno degli snodi principali – e sfruttando la posizione strategica di Trieste, incuneata nel continente europeo e posta a intermediazione, come dicevano i contemporanei e come ricorda il mito degli argonauti, delle due valli, quella del Po e quella del Danubio . Fu così che nacque la Trieste cosmopolita del ‘Settecento, caratterizzata dall’afflusso di donne e uomini da ogni dove – penisola italiana, Balcani, Levante, Europa, Mediterraneo –, di diverse religioni e culti – cattolici, calvinisti, luterani, ebrei, ortodossi, armeni e anche mussulmani – e lingue . Un cosmopolitismo fondato su basi materiali - dato che gli scarsi limiti di capitalizzazione e la scarsità di saperi presenti nella piazza imponevo l’impiego di tutte le risorse che giungevano - e caratterizzato da un uso fluido delle identità, come dicevano i veneziani che, riferendosi ai propri sudditi ma dando una descrizione che si può generalizzare, parlavano di uomini “anfibi” per la loro capacità di riemergere dalle acque con identità diverse .