Trascurando la relazione tra musica e logica, la tradizione filosofica ha esplorato per lo più la vicinanza della musica alle forme non apofantiche del discorso. Fa eccezione la riflessione di Adorno, preceduta da casi isolati ma significativi come quello di Alois Höfler, un allievo di Alexius Meinong. Adottando un radicale platonismo ontologico Höfler attribuisce ad alcuni autori – nel suo caso, anzitutto Wagner – la capacità di “scoprire” anziché “comporre” musica, alla quale viene in tal modo attribuito un valore di verità analogo a quello delle leggi scientifiche. Adorno, invece, paragona il gioco delle forme musicali a quello delle forme logiche, accomunate dalla presenza di un momento di carattere sintetico. Pur dipanandosi lungo due direzioni diverse, la sintesi logica e quella musicale lasciano tuttavia trasparire uno strato originario, anteriore a entrambe. E’ in Beethoven, per Adorno, che la musica si eleva a questa superiore dimensione, raggiungendo dell’affermazione di sé una dimensione che definire propriamente aletica, anziché estetica, non è inappropriato.