Il testo esplora il ruolo della mappa come dispositivo cognitivo, narrativo e progettuale. A partire dell’Ecumene di Fra Mauro, preziosa testimonianza quattrocentesca che restituisce selettivamente la realtà fisica precolombiana, si mette in luce come l’atto di osservare, selezionare e descrivere costituisca un’operazione fondativa per la conoscenza dello spazio. La modernità ha consolidato questa tensione verso la rappresentazione, facendo della mappa uno strumento capace non solo di restituire ma di costruire il mondo, attraverso omissioni e sintesi che rivelano i limiti e le finzioni del dispositivo cartografico. Nell’urbanistica, tale predisposizione assume una valenza progettuale che viene richiamata da alcune elaborazioni esemplari a opera di von Humboldt e Bonpland, dove scienza e arte si intrecciano in una visione sistemica della natura, fino alla Nuova Pianta di Roma di Nolli, la cui lettura dello spazio urbano svela un inedito palinsesto urbano. La riflessione vuole sostenere che la mappa sia un processo creativo necessario, che al contempo rivela e struttura nuove realtà. In prospettiva contemporanea, essa si configura come gesto politico e critico: le sperimentazioni di Forensic Architecture e dello Studio Folder mostrano come i confini, resi instabili dai cambiamenti climatici o dai conflitti bellici, si trasformino in luoghi di nuove geografie e di possibilità per discutere di giustizia spaziale.