Il libro affronta la complessità dei rapporti di Andrej Tarkovskij con l'universo sonoro. Nei propri film il regista russo ha operato delle scelte musicali destinate inevitabilmente a porsi come magistrali, a divenire dei veri e propri exempla a cui guardare con stupore e ammirazione. Basti pensare al suo singolare utilizzo dei repertori classici, quelli bachiani in primis che ripetutamente attraversano i suoi capolavori; oppure all’altrettanto significativo, e pionieristico, uso della musica elettronica, grazie al felice sodalizio creato con uno dei compositori maggiormente rappresentativi dello Studio sperimentale di musica elettronica di Mosca, Edvard Artem’ev. La musica, «usata come il ritornello nella poesia», scandisce così i diversi racconti cinematografici del
regista creando delle trame audiovisive di grande interesse. La ricerca
delle indefinite voci della natura porta anche all'utilizzo musicale
del rumore, in sintonia con quanto altri registi illuminati, e non a caso da
lui amati (vedi Bresson e Antonioni), allora stavano parimenti facendo, nel tentativo di superare i tradizionali modelli del commento sonoro per approdare a situazioni audiovisive estremamente complesse. Accanto alle diverse analisi dei suoi film, le pagine del libro contengono una riflessione sulla regia di Tarkovskij del Boris Godunov di Musorgskij e su alcune dediche musicali a lui rivolte.