Fin dalla loro nascita, i science centre hanno adottato un approccio di tipo esperienziale,
coinvolgendo il visitatore in un percorso di esplorazione e scoperta tramite oggetti da
toccare e manipolare. Le postazioni interattive (exhibit) rispondono alla filosofia del
“hands-on”, letteralmente “mani sopra”, e al conseguente “imperativo” del “vietato non
toccare”. Il claim è stato in seguito esteso anche a “minds-on” (con riferimento alla necessità di organizzare le esperienze in un percorso concettuale) e a “hearts-on” (con riferimento all’importanza del coinvolgimento emotivo). Negli ultimi anni si nota una
nuova tendenza: accanto a quelle con gli ormai “tradizionali” exhibit hands-on, sono
state inaugurate delle mostre che pongono l’accento sull’aspetto relazionale e che coinvolgono il pubblico in modo diretto attraverso il dialogo e l’interazione. Dai più semplici exhibit che interrogano il visitatore chiedendogli di lasciare un commento, una riflessione o l’espressione di una posizione relativamente a un argomento controverso, si è assistito all’apertura di mostre che pongono la conversazione al centro dell’esperienza, fino a farne diventare l’esperienza stessa (Dialogo nel buio). Musei che stimolano il dialogo e invitano a parlare, quindi, al punto che si potrebbe rielaborare il claim in “talkson” (“parole sopra”): “vietato non parlare”. Questa tesi intende analizzare alcuni casi della museologia scientifica contemporanea – analisi teoriche e realizzazioni concrete – che vedono la conversazione fra i visitatori e fra il museo e i visitatori come elemento fondamentale.