Le evidenze di diversità si traducono in diversi frangenti in motivo di esclusione, quando non di esclusione. La difficoltà della parola e della comunicazione rappresentano un problema di forte rilievo in queste dinamiche: l’impossibilità di accedere in tempi rapidi all’universo affettivo e di significati dell’altro che appare dissimile amplifica il sospetto e induce a immaginare che il futuro possa essere migliore senza di lui/lei, senza il “diverso”. L’antropologia mostra tuttavia come l’idea che la vita buona sia possibile solo tra simili sia illusoria: altre sono le dinamiche profonde che attivano i conflitti, ed occorre quindi comprendere come sia possibile tendere all’inclusione, all’unità, alla coesione sociale e alla pace senza ritenerle derivazioni dell’uniformità. Guardando in questa direzione appaiono rilevanti i modi attraverso cui si concepisce l’unità politica dei cittadini, i principi attorno a cui il discorso pubblico – con le parole di cui si serve – cerca di costruire coesione: le parole diventano cruciali, perché disegnano universi e, a seconda del loro impiego, uniscono o dividono. Dalle narrazioni, spesso, dipende la possibilità di arginare o ridurre le derive violente che rappresentano sempre una delle possibilità evolutive dell’incontro tra diversi. Risorse come le pratiche di Giustizia Riparativa o come il Manifesto della Comunicazione non-Ostile mostrano le potenzialità di un ricorso attento alle espressioni e agli stili comunicativi, evidenziando consapevolezze necessarie e responsabilità di tutti i cittadini, e in particolare di coloro che contribuiscono al discorso pubblico.