Come in poche altre epoche storiche, durante il regime fascista (1922-1943) l’architettura si pone al servizio del potere politico. In particolare, nella seconda metà degli anni Trenta in Italia viene messa in moto un’efficiente macchina produttrice di simboli architettonici, voluti per trasmettere alle masse l’immagine di rinascita nazionale. Simboli che traducono nella pietra la propaganda demagogica e i miti del fascismo. Architetture pensate non solo per lasciare ai posteri il ricordo “positivo” del fascismo mussoliniano, ma anche per continuare a produrre sistemi semantici identitari. Si tratta di un’imponente campagna edificatoria e pedagogica che ha ricadute di lungo periodo. Il testo traccia un percorso scandito da alcune architetture e progetti, scelti perché cercano di tradurre nella pietra un bisogno d’identità nazionale e fascista.