Il saggio tratta dell’affermazione collettiva della presenza regionale in forza del Trattato di Maastricht, in esecuzione del progetto politico ispirato dalla tradizione democratico cristiana tedesca, assecondando la spinta del regionalismo europeo degli anni ’50, coltivando la prospettiva teorica di un’Europa delle Regioni e dando origine ad un “new channels of both vertical and horizontal networking”. Si analizzano i punti di forza e di debolezza del Comitato delle Regioni d’Europa, il peso acquisito e i fattori che frenano l’ulteriore espansione dei suoi poteri, dall’effervescenza degli anni 90 fino alla più recente stagnazione. L’autore insiste sui caratteri di marcata tecnicizzazione del suo operato, a scapito del coinvolgimento militante e comunicativo delle classi politiche regionali che non vivono con passione e intensità l’impegno europeo.
Nel mettere in luce l’effetto che ha avuto il CdR per la crescita tecnica, culturale e politica degli apparati regionali rispetto al loro iniziale isolamento all’interno dei singoli ordinamenti nazionali, l’autore conclude con alcune osservazioni circa le crescenti difficoltà della governance locale europea ed evidenziando la lungimiranza del CdR in campo ambientale e climatico - soprattutto in relazione al Green Deal europeo e a favore di una transizione equa e inclusiva - e la sua capacità di promuovere reti orizzontali di collaborazioni fra poteri regionali e locali.