Da tempo ci interroghiamo sulle modalità di appropriazione del pensiero deleuziano, e sulle pietrificazioni alle quali tale pensiero, attonito, è andato incontro. Nel momento in cui il virtuale sembra sempre più propendere verso la sua immagine, cristallizzandosi in figure di un attuale già dato, o facendosi paladino di certe canonizzazioni della realtà – e dunque smettendo di nutrire il piano del pensiero – abbiamo voluto scendere alle radici del disfunzionamento, per esplorare l’effettiva capacità delle nostre riserve di possibile. Ecco che vita e numero sono divenute le nostre coordinate asimmetriche e discontinue per una interrogazione critica sull’opportunità di ragionare, ancora e comunque seguendo Deleuze, nei termini di quell’immanenza assoluta che a lungo ha costituito il progetto per l’avvenire, quell’oscuro rimedio di cui siamo l’immagine vivente, e rispetto al quale solo grazie agli strumenti che Deleuze stesso ci ha fornito siamo stati in grado di cominciare a individuarci. Rileggendo il nostro percorso a ritroso e in avanti, è proprio attraverso le nostre stesse lenti che tale prospettiva ci appare essere oggi tutto tranne che risorsa creativa e bacino di controcondotte.