Il problema della relazione fra immigrazione e criminalità ha sempre costituito un tema importante nella ricerca criminologica
ed ha spesso suscitato controversie fra gli studiosi. Circa cinquanta anni fa Franco Ferracuti interpretò la criminalizzazione
degli immigrati come la conseguenza di una reazione xenofoba e questa spiegazione venne condivisa dalla maggior parte
dei criminologi. Tuttavia i profondi cambiamenti nei fenomeni migratori intervenuti negli ultimi decenni hanno suscitato
forte allarme nei Paesi europei e numerosi Autori ritengono che quelle conclusioni non siano più sostenibili. I dibattiti appaiono
fortemente condizionati dalle diverse posizioni ideologiche, un aspetto che è stato già presente in forme evidenti in
altre fasi storiche cruciali.
L’Autore ricostruisce la polemica sull’immigrazione che – con argomentazioni per certi versi simili alle attuali – si accese
negli Stati Uniti circa un secolo fa. Fra i leader del movimento restrizionista (Immigration Restriction League) vi furono molti
illustri accademici nel campo delle scienze sociali e naturali, alcuni dei quali docenti a Harvard, a Princeton o a Yale. Essi ritenevano
che l’immigrazione fosse ormai divenuta una grave minaccia per la stabilità e il benessere della società americana
in ragione dell’enorme percentuale di soggetti pericolosi e “degenerati” presenti fra gli stranieri accolti negli Stati Uniti.
Proprio alcuni concetti elaborati dalla scuola lombrosiana – in particolare quello di atavismo biologico e sociale – esercitarono
un ruolo indiretto ma rilevante nelle tesi dei sostenitori del restrizionismo.