È il 1972 quando Giovanni Giudici pubblica per la prima volta, sull’«Almanacco dello specchio», la traduzione del primo capitolo dell’Onegin, celebre poema puskiano; traduzione che sarà stampata integralmente tre anni dopo, per Garzanti.
Giudici, in veste di traduttore, rimodula il vivace ritmo della tetrapodia giambica russa sperimentandosi con la misura del novenario: metro bistrattato da Dante e riabilitato nella tradizione italiana per merito dell’estrosità sperimentale pascoliana.
Quello di Giudici è un verso tuttavia oscillante tra le sette e le dieci sillabe e ad accenti mobili: si tratta di un anisosillabismo per cui – con le parole di Folena – «il novenario pare costituirsi ritmicamente attraverso un continuo tiro d’aggiustamento, una rosa di approssimazioni o di contrasti, di tempi rubati o dilatati di sprung rhythm». Ma se Folena parla di «irregolarità e dissonanze vitali», di contro vi sono pareri come quello di Samonà, che rileva «quanto faticoso risulti [...] individuare una qualche traccia metrica». D’altronde lo stesso Giudici parla della scelta di un «verso italiano orientato (con corsivo mio) sulle nove sillabe con tre accenti forti, che non era e non è necessariamente un “novenario”». Molti, ancora da esplorare quantitativamente, sono “novenari” – per rispettare il virgolettato di Giudici – con schema accentuale non tipico della tradizione italiana, di 2a e di 5a, ma di ritmicità giambica, ammiccante, giocoforza, al modello russo di Puskin.