Il contributo prende in esame alcune pagine di Celso Macor, uno degli autori friulani che più hanno vissuto il confine come singolare e impegnativa metafora dell’esistenza umana. Dal punto di vista storico, il Goriziano e l’intero Friuli, da sempre caratterizzati dalla pluralità e dall’interazione tra diverse culture, sono convissuti naturalmente con frontiere e confini più o meno visibili e concreti. Per Macor questa situazione costituiva un dono della Provvidenza divina danneggiato dal peccato d’origine della iniquità umana. Su questa realtà si scatena nell’Ottocento il nazionalismo, foriero di conflitti e di nuove, illogiche demarcazioni, che si sarebbero pesantemente materializzate nella ‘cortina di ferro’. La fase della ricomposizione delle ferite ha visto Macor impegnarsi in prima persona e in modo pienamente cosciente per un obiettivo di dialogo che molti ritenevano pericoloso o addirittura avversavano. Perciò si può dire che la caduta del muro è stata quasi preparata ormai da decenni da uomini che avevano tentato di attenuare il confine in nome di un cammino comune e di una condi- visione dei problemi della gente. Molte delle pagine di Macor, infine, sono attraversate dall’immagine del fiume, l’Isonzo, che scorre in modo naturale dove gli uomini impongono demarcazioni innaturali. E quando il poeta parla di un fiume che muore, non si riferisce soltanto alla scomparsa della civiltà contadina, ma evoca una soluzione di continuità che impedisce la trasmissione della memoria e innalza – non fra i popoli ma tra le generazioni – un nuovo, tragico confine.