Non mancano monete bizantine spezzate/tagliate intenzionalmente, ma il loro esame presenta notevole
complessità. Nel corso dei secoli variarono il tipo dei nominali interessati, il numero delle attestazioni e
soprattutto la loro distribuzione areale. Per quanto riguarda la moneta di rame, nel corso dei secoli VI-VII
l’articolato sistema di valori di conto in nummi e la riduzione ponderale del follis e delle sue frazioni in
rapporto al variare della ratio rame/oro, resero non necessario frazionare la moneta di minor valore: il
sistema dei divisionali e il controllo delle emissioni sembrano aver garantito l’offerta del circolante. Si
conoscono invece numerosi casi di folles tagliati a metà, coniati nei secoli X-XI, specialmente della serie
anonima. La loro presenza in gruzzoli o in rinvenimenti sparsi è segnalata nei territori al confine orientale
o esterni all’impero, in particolare nelle pianure della Russia, in Georgia e in Armenia. È ipotizzabile che
ciò avvenisse per equipararli a una unità di conto conteggiata a peso forse come metallo monetato.
Con scansione temporale analoga il fenomeno interessò anche la moneta in argento, il miliarense. I
rinvenimenti isolati e i tesori delle pianure della Russia, delle coste e delle isole del Mar Baltico, in
particolare a Gotland e nella Scania dimostrano come il miliarense costantinopolitano coniato tra il 945-
989 (soprattutto da Basilio II, 977-989) e poi da Costantino IX (1042-1055) fosse drenato dalla domanda
di metallo prezioso in quelle regioni. La moneta argentea bizantina, inoltre, accettata per il suo peso e
per il suo fino, era spesso tagliata a metà o a 1⁄4 per essere equiparata probabilmente ai nominali propri
di quei territori: lo pfennig e il 1⁄2 pfennig od obolo. Gli interventi sul tondello, dunque, non erano dettati da motivazioni rituali, apotropaiche, cultuali bensì dal considerarlo moneta con un valore, in primis per il metallo e per il peso in relazione a unità di conto
“straniere”, estranee al sistema bizantino