La vita quotidiana insegna che non esiste alcuna attività umana che non comporti un minimo di rischio: anche quelle più banali, come sbucciare una mela seduti comodamente nella propria cucina mentre si è soprappensiero possono essere causa di un incidente domestico. A maggior ragione, dunque, il rischio esiste e va considerato quando ci si trova, come nel caso di una donna, etnolinguista, impegnata in missione a lavorare in contesti per nulla familiari in termini di aspettative socio-culturali, di naturali risposte fisiologiche a un ambiente esterno che risulta alieno, o infine di modalità comunicative o interazionali estranianti che caratterizzano l’incontro con le persone sul terreno. Partendo da queste considerazioni introduttive, l'autrice intende provare a ragionare brevemente sui rischi più comuni ai quali non solo una ricercatrice che sceglie di lavorare in Africa subsahariana si trova esposta, ma anche di quelli ai quali essa stessa, svolgendo il proprio lavoro in un determinato contesto, può, più o meno inavvertitamente, esporre le persone, le organizzazioni o le comunità presso le quali si installa.