Quando si parla di architettura, ci si riferisce sostanzialmente a quell’operazione, potremmo dire, finalizzata all’appropriazione di un determinato spazio allorché essa avviene e si manifesta - distinguendosi in questo dall’edilizia - attraverso l’appropriatezza del linguaggio, delle proporzioni e della materia che lo definiscono. Essa, in generale, si compone di spazi e percorsi, forma e materia, tuttavia, se è vero, come afferma Wright, che: “l’ambiente interno, lo spazio entro cui si vive, è il grande fatto dell’edificio...”, risulterà più che mai evidente come l’attenzione per l’interno non possa venir in alcun modo tralasciata, in particolar modo in questo periodo storico pesantemente segnato dalla pandemia in atto.
La questione che si intende affrontare, tuttavia, non può essere quella dello spazio interno in quanto tale - anche se bisognerà necessariamente partire da questo per prenderne eventualmente le distanze - ma è invece il concetto di luogo, ed in particolar modo, proprio quando esso si presenta come la sede dei conflitti, delle contraddizioni e degli apparenti paradossi.
A rigor di logica, non può esistere uno spazio interno se non in relazione ad uno spazio esterno, tuttavia questo rapporto non è sempre così schematico e lineare e talvolta può addirittura venir meno.