Luciana Alocco Bianco analizza “La trilogia di Tahar Ben Jelloun” che è costituita dalle opere: "L’enfant de sable"(1985), "La nuit sacrée"(1987) e "Les yeux baissés"(1991). Una delle caratteristiche principali di questi testi è l’antropomorfizzazione della natura e del tempo, che diventano entità inscindibili dall’uomo. Per dare concretezza ad esse, lo scrittore utilizza metafore e similitudini. Dopodiché l’uomo è ridotto a cosa e a oggetto, come evidenziato nel titolo "L’enfant de sable", dove un ragazzo è fatto di sabbia e polvere, realtà materiali. Inoltre Ben Jelloun dà una raffigurazione fisica alle cose astratte: al "destino" è conferito il "peso" delle "pietre" e delle "porte" o il "silenzio" esplode nel "singhiozzo". La scrittura e le parole "vivono" e l’autore marocchino manipola il linguaggio esplorando i confini tra reale e irreale, concreto e figurato, aiutato dagli zeugmi, figure che danno vita all’astratto, con lo scopo di far ricreare la pienezza originaria tra il mondo e l’uomo.