La lettura dei Sustainable Development Goals (SDGs) dell’Agenda 2030 può destare una sensazione mista di disagio e fiducia. Numerose sono le riflessioni su orientamenti ed esiti prodotti in Italia dalla programmazione europea ormai giunta a conclusione, nonché sui possibili correttivi da applicare all’utilizzo dei fondi UE 2021-2027. Ricorrente è la considerazione di come la consistenza e l’urgenza delle questioni sottese a queste opportunità di finanziamento stentino a fare i conti con una persistente incapacità della politica e delle politiche pubbliche a delineare, soprattutto a livello nazionale, quadri coerenti e stabili per lo sviluppo sostenibile delle città e dei territori. Si può però guardare alle agende (urbane) anche in modo diverso. Una definizione corrente del termine è quella di libretto, taccuino, in cui di giorno in giorno si prende nota degli affari e degli impegni, si scrive una narrazione circostanziata e passo a passo del futuro: da dove si parte, quali appigli si costruiscono prima e durante il percorso, dove si vuole arrivare.
È a partire da queste considerazioni che il saggio rilegge criticamente alcune pratiche con cui le agende urbane vengono oggi messe a terra nel nostro paese, allo scopo sia di interrogarne le capacità di innescare/consolidare/integrare differenti percorsi del fare urbanistica, sia di riflettere sul loro grado di innovazione rispetto ai cammini consueti.