Il saggio esplora la questione dell’interdisciplinarità nella progettazione architettonica attraverso la categoria dello scarto come dispositivo critico. Superando la retorica della convergenza tra saperi si propone una lettura delle relazioni disciplinari come campo di tensione e produzione, dove i residui, le sfumature e le discontinuità generano valore teorico e operativo. L’interdisciplinarità è affrontata non come sintesi pacificata, ma come pratica instabile e aperta che si misura con la traduzione, l’ibridazione e la crisi dei linguaggi. Attraverso riferimenti a Foucault, Deleuze e Canella, il testo sottolinea il ruolo generativo del “bonus inatteso” che emerge dalle frizioni tra discipline, rivendicando per l’architettura una posizione ambigua e feconda al crocevia tra metodo, linguaggio e progetto.