Chiamammo Dardi a Venezia per parlare del Ventre dell’architetto
e ne parlò senza reticenze elogiando il regista più che la propria
scenografia, soffermandosi su Boullée, e ancora sulla forma come
scrittura. Non era l’ennesima celebrazione del “razionalismo
esaltato” ma l’esposizione, a tratti persino viscerale, di una
condizione dubitativa attraverso cui la ragione riconsiderava
coscientemente i propri limiti.
Con eleganza ben diversa da quella di Stourley Craklite architetto
di Chicago che nella finzione di Greenaway viene a Roma per
“promuovere Boullée” e incontra il dramma a portata di ombelico, Costantino parte e dal ventre dell'architettura occidentale, che
divora e digerisce tutto: stili, epoche, persone, ideologie.