In occasione del centenario di fondazione della Società Filologica Friulana (1919-2019), l'articolo analizza i rapporti intercorsi tra questa società fondata dal linguista Graziadio Isaia Ascoli, padre della 'dialettologia' italiana, con i musei etnografici e la cultura materiale del territorio circostante. In questi cento anni, la lingua e la cultura friulana hanno intrapreso un lungo percorso di riconoscimento e di autodeterminazione in cui la SFF ha funzionato da vero palo totemico, raccogliendo attorno a sé leader politici, sostenitori culturali, studiosi, ricercatori e attivisti; nel mezzo sono intercorse lunghe lotte per il riconoscimento e l’autodeterminazione linguistica, ma minore attenzione è stata posta alle collezioni di cultura materiale e ai musei etnografici. Dagli inizi nel periodo fascista con la 'costruzione' identitaria del folclore e della tradizioni contadine 'autenticamente' rurali, si passa nel secondo dopoguerra verso la cultura di massa, senza riuscire ad affrontare in maniera critica la cultura materiale ed una prassi museografica che documenti i rapporti di potere e le dinamiche identitarie nel passaggio dalla società rurale a quella post-industriale. La svolta verrà data dal terremoto del 1976 con la necessità immediata di ricostruire il patrimonio, ma soprattutto con l’atto di fondazione identitaria su un passato che diventa ‘mitologico’ proprio perché distrutto da un’esperienza traumatica. L'attenzione della SFF risulta comunque orientata verso la salvaguardia e la tutela conservativa della lingua friulana, più che verso le culture materiali e la documentazione museale, mentre a partire dalla concezione di bene demo-etnografico e di cultura materiale, fino allo sviluppo delle attuali politiche di patrimonializzazione, il passaggio di paradigma interpretativo dovrebbe condurre dal testo al contesto, dal folklore all’antropologia partecipativa per costruire la comunità attorno ad un processo di riconoscimento del proprio patrimonio comune.