Il contributo ricostruisce la vicenda del piano di riordino dell’ospedale psichiatrico di Trieste affidato nel 1971 allo Studio Architetti Bellavitis & Valle, interpretandolo come un progetto rimasto incompiuto non per fallimento, ma per la radicale trasformazione dell’istituzione manicomiale in atto negli stessi anni. Attraverso fonti d’archivio, relazioni progettuali e scritti teorici, l’articolo indaga il dialogo interdisciplinare tra architettura e psichiatria promosso da Franco Basaglia e Franca Ongaro, mettendo in luce il ruolo dell’architettura in un processo di deistituzionalizzazione che ne mette in crisi strumenti, tempi e finalità tradizionali. Il progetto triestino viene letto come un processo dinamico e multi-attore, orientato più alla trasformazione progressiva dello spazio e delle pratiche che alla produzione di forme compiute, anticipando approcci contemporanei che concepiscono il progetto come dispositivo aperto e adattivo. Particolare attenzione è dedicata al tema dell’abitare, alla riconversione urbana del complesso di San Giovanni e all’introduzione di elementi di domesticità come strumenti di restituzione della soggettività. La vicenda offre infine spunti critici per una riflessione più ampia sulle responsabilità civili e sociali dell’architettura e sul rapporto tra progetto, istituzioni e potere nel contesto della riforma psichiatrica italiana.