Dopo aver distinto tra la biodiversità selvatica e la biodiversità coltivata, lo scritto definisce il senso del
custodire e ne individua le principali modalità scientifiche e pratiche. Viene poi tracciato il quadro normativo
che regola queste attività ed entro il quale si sono sviluppate differenti forme di banca dei semi.
Analizzando il fenomeno, l’autore ne rimarca la grande valenza culturale e l’elevato interesse sociale,
la stretta connessione con la ricerca e i rischi legati alle limitazioni dei diritti di proprietà intellettuale
e a normative troppo rigide, mettendo in guardia dai rischi di burocratizzazione e di aumento dei costi.
La questione della custodia della biodiversità coltivata presenta un’elevata politicità nella salvaguardia
dei valori ambientali e sociali in gioco e richiede l’adozione di soluzioni integrate e differenziate che si
contrappongano alla deriva verso un qualunquistico ‘indifferent food from nowhere’.