Quando mi è stato proposto e ho accettato di parlare della critica alla democrazia
di Ugo Spirito, il compito mi è parso delicato dapprima e poi, nel rileggere il volume
omonimo, la lettera aperta all'allora presidente della Corte costituzionale Giuseppe
Chiarelli sull'equivoco della Costituzione e altri contributi sui medesimi o su temi analoghi,
il compito assuntomi mi è sembrato addirittura imbarazzante e ingrato. Tanto
più in quanto condividevo e condivido l'opinione di Spirito che nell'opera di un pensatore
non è possibile sceverare sul serio - pena il fraintendimento dell'unità del pensiero
- ciò che sia ancor vivo da ciò che invece vada relegato nel dimenticatoio delle
cose perente, alla stregua del crociano "ciò che è vivo e ciò che è morto nella filosofia
di Hegel". E, a rendere imbarazzante e ingrato il mio compito, non è stata tanto la
straordinaria coerenza che ha accompagnato per cinquant'anni la serrata, persistente,
inossidabile critica condotta da Ugo Spirito e fondata su quello che potremmo chiamare
il principio corporativo, più tardi corroborato dalla Sua visione e lettura filosofica
della scienza e della tecnica, quanto l'attacco frontale e senza riserve sferrato alla
nostra Costituzione vigente, sferrato dopo circa cinque lustri dalla sua entrata in vigore,
quasi quanti ne sono fin da allora ad oggi trascorsi: oggi che si assiste a critiche
non più isolate, ma corali, robuste, iterate, talora ultimative, ma rivolte soprattutto alla
sua seconda parte, alle norme cioè sull'ordinamento della Repubblica, badando -
almeno nelle parole o nelle intenzioni - a tenere indenni da esse le norme della Prima
parte, le norme sui diritti e doveri dei cittadini.