Durante la prima metà degli anni Trenta, l’Italia fascista e l’Unione Sovietica trovarono vantaggioso rafforzare i rapporti economici e avviare collaborazioni culturali. L’analisi prende spunto dalla Mostra del libro di Mosca del 1930, evento in sé apparentemente marginale, ma che ci offre la possibilità di risalire alle premesse che resero possibile la collaborazione fra paesi ideologicamente agli antipodi. Emerge così una zona grigia delle relazioni internazionali, segnata da curiose convergenze sui temi dello Stato forte e della mobilitazione di massa. In più, il quadro che affiora delinea due caratteristiche presenti in entrambi i regimi. La prima riconducibile alla Realpolitik: l’Italia perseguì la collaborazione in funzione anti-francese e anti-britannica mentre l’Unione Sovietica per rompere l’isolamento internazionale in cui era precipitata. La seconda riguarda l’uso della cultura come strumento di soft power, utile all’Italia per trasmettere l’immagine di un Paese che sotto la guida del fascismo si lanciava verso la modernità, mentre forniva all’URSS l’opportunità di usare la cultura come “strumento ausiliario” della politica estera e mostrare, attraverso gli intellettuali e gli artisti, il volto positivo dei nuovi governanti del Cremlino.