Il saggio analizza la produzione italiana di melodrammi nella seconda metà degli anni Trenta. Prendendo in considerazione un ampio corpus filmografico, il saggio riflette sulle congruenze e incongruenze (apparenti e profonde) del genere rispetto ai dettami della politica culturale fascista, tendenzialmente incline a promuovere e incoraggiare una produzione cinematografica all’insegna della pacificazione dei conflitti. Nelle sue diverse forme, tra le macchie e le ombre, il melò appare tuttavia un interlocutore privilegiato nella costruzione del racconto mitologico della propaganda, che trova nella nozione di “italianità” il suo paradigma più significativo. Affinità significative possono essere rintracciate anche a livello assiologico, poiché la visione manichea del melodramma (incentrata sulla spettacolarizzazione del conflitto tra il Bene e il Male) ben incarna le istanze valoriali della cultura fascista. Similmente le figure narrative si plasmano sulla distinzione netta se non antitetica dei ruoli e dei percorsi: l’Uomo d’Azione e la Donna di Passione, l’Eroe virile e la Vittima femminile che ne subisce l’impeto, sono gli ideali protagonisti della mitologia italico-fascista, ma incarnano anche altrettanti paradigmi narrativi del genere.