Inclusione è una delle parole chiave cui il contemporaneo si affida, anche in Architettura, come garanzia di buone intenzioni; divenuta slogan, rischia lo svuotamento di significato, peraltro solo apparentemente pacificante: dovrebbe designare un complesso di strategie per promuovere l’accoglienza delle differenze, l’insidia è che diventi concessione di un posto all'interno della norma piuttosto che valorizzazione delle differenze e riflessione critica sull’idea stessa di normalità.
La Progettazione architettonica ha spesso demandato l’inclusione e il suo opposto, l’esclusione – che più agisce attraverso l’ambiente costruito – ad altri ambiti disciplinari affidando, ad es., l’inclusione della minoranza disabile a un apparato normativo/tecnologico legato all’accessibilità.
Non sempre è stato così.
Nel ’78 la rivista Hinterland dedica il numero monografico Segregazione e corpo sociale agli spazi di esclusione – carcere, ospedale psichiatrico, spazi per le persone disabili, residenze per anziani – in un’ottica comune e transdisciplinare. L’editoriale di G. Canella richiama la sollecitazione di E.N. Rogers a “tenere il passo con le grandi trasformazioni sociali” e parla di “dialettica tra architettura e i movimenti attivati all’interno delle diverse pratiche istituzionali”.
Un’esclusione senza clamore persiste oggi in diversi luoghi in cui la possibilità delle persone di autodeterminare la propria vita è limitata. Considerarli spazio prevalente o esclusivo di specialismi erode il ruolo sociale dell’architettura di contribuire alla rappresentazione – attraverso forme, linguaggio e capacità di esprimere e trasmettere valori – delle differenze e dell’inclusione come atto collettivo del prendersi cura.