Attualmente si delinea una possibile ridefinizione del diritto attraverso gli elementi costitutivi dell’IA. Presi dai loro di¬scorsi tecnici, i giuristi rischiano di mancare l’appuntamen¬to con la Tecnologia, sino a dover prendere atto che all’al¬goritmo è sotteso un potere, con scopi diversi da chi sceglie di navigare. Emerge un interessante e nuovo territorio: il tentativo di dominio di una élite, i padroni dei programmi algoritmici e della rete, sul resto dell’umanità, posta in una condizione di impotenza servile, di assoggettamento che sta¬glia rinnovate delineazioni delle classiche figure hegeliane del servo e del padrone, con il risultato che quel che era di competenza del giurista è diventato, quasi inavvertitamen¬te, di dominio dell’ingegneria robotica orientata all’ammi¬nistrazione di una impersonale macchina della giustizia. La preoccupazione è che gradualmente il diritto venga messo in discussione e sostituito da un vuoto legalismo di stampo algoritmico, dove alcuni si presentano come autentici titolari di una signoria esercitata in modo dominante, nascondendo – in una sorta di gioco di scatole cinesi – il reale detentore del potere che rimane sempre opaco e rarefatto: del diritto rimarrebbe solo il nomen, destinato ad esaurire operazioni a matrice macchinica.