Slataper e Saba condividono un bisogno di autenticità, umana prima che espressiva, da cui l’urgenza, precoce in entrambi, di affrancarsi da una letterarietà avvertita e sofferta anzitutto come mistificazione (d’altro canto l’antiletterarietà impronta tutta la più alta letteratura triestina novecentesca). Ma se entrambi tendono a una vita, prima ancora che a una scrittura, «onesta» (parola condivisa come l’istanza profonda che essa esprime, di sincerità), a distinguerli, in quei primi mesi del 1911, quando tra Trieste e Firenze le loro strade s’incrociano (Slataper recensisce in modo non lusinghiero il primo libro poetico di Saba, Poesie, e non acconsente alla pubblicazione sulla «Voce» di Quello che resta da fare ai poeti, pubblicato postumo nel 1959, enunciazione di una poetica cui Saba resterà sempre fedele) è il diverso sentimento della vita nonché orizzonti culturali diversi, in quel momento in Slataper ben più vasti e alti.