Sin da tempi antichissimi, il pensiero umano ha sognato l’unità e la storia dell’umanità avanzava dialetticamente fra unità, molteplicità e sintesi. L’umanità stessa è sintesi. Ogni individuo è sintesi: uno e molteplice. Il suo valore è intrinseco a prescindere dal gruppo etnico, sociale, culturale o religioso di appartenenza, e la sua peculiarità non si svilupperebbe senza un sano confronto con l’altro; confronto, che una comunità politica sana è chiamata ad assicurare. Tale coerenza dipenderà, sempre di più, della sua capacità di concretizzare - a livello educativo, legislativo ed esecutivo - l’unità nella diversità.
L’unità non è l’operazione di riportare la molteplicità all’unità, non è un appiattimento della realtà, ma un mosaico che è assurdo definire secondo quanti pezzi rossi, neri o verdi contiene.
In queste pagine non è nostra intenzione dibattere se le minoranze sono state “meglio tollerate sotto i minareti o sotto i campanili”. Le polemiche teologiche, le accuse storiche e il dialogo dei profeti restino di competenza degli esperti. Nelle società arabo-musulmane, la base è estranea alle divergenze dogmatiche, preoccupata per il suo futuro non per il passato, costretta all’immobilismo, colpa di una inadeguata educazione e una anacronica interpretazione del Corano, che porta i buoni musulmani lontano dal suo messaggio conciliante, la Gente del Libro a vivere nella vergogna e i non credenti nella clandestinità.