Questo contributo intende proporre alcune riflessioni teoriche e alcuni esempi pratici sul rapporto che, per una determinata comunità caratterizzata dall'uso di una lingua in condizione di minoranza e pertanto definibile come “minoranza linguistica”, intercorre (o quanto emno può intercorrere) tra la propria specificità, la sua (eventuale) tutela e lo sviluppo non solo culturale e civile ma anche sociale ed economico della comunità stessa e del corrispondente territorio.
La lingua propria non è soltanto un patrimonio e una risorsa in sé e per sé. Essa, soprattutto con il suo riconoscimento formale e con le conseguenti politiche di promozione che ne derivano, può costituire un autentico e inimitabile valore aggiunto sotto il profilo economico.
Le politiche di tutela, pertanto, non sono soltanto “buone” e “giuste” con riferimento alla dimensione culturale e identitaria e al riconoscimento dei diritti linguistici, ma costituiscono anche “qualcosa” di conveniente: un buon affare, un buon investimento e una risorsa per una crescita economica sostenibile.